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uomini che non trionfarono mai, ma che non furono mai vinti
CULTURA
23 settembre 2009
Giornata di Studi su GAETANO ARFE'

Giornata di Studio suGaetano Arfè

30 settembre 2009

Napoli - Istituto Italiano Studi Filosofici

 

ore 10.00

inizio lavori

 

Saluti

Ciro Raia

presidente Istituto di Studi Socialisti Gaetano Arfè

Renato Campinoti

presidente ANCPL Toscana

Vanda Spoto

presidente Legacoop Campania

Ugo Marani

presidente Ires Campania

 

 

Il Ponte di Gaetano Arfè 1954 - 2007

Andrea Ricciardi

docente Università di Milano

 

 

Relazioni

Gianni Cerchia  docente Storia Contemporanea Università del Molise

“Gaetano Arfè e il pensiero meridionale”

Gennaro Acquaviva  presidente Fondazione Socialismo

“Gaetano Arfè e la questione cattolica”

Guido D’Agostino presidente Istituto Campano per la Storia della Resistenza

“Gaetano Arfè e il riformismo socialista”

 

ore 13.00

pausa pranzo

 

ore 13.30

ripresa lavori

 

Ricordo di Gaetano Arfè

avv. Gerardo Marotta

presidente Istituto Italiano per gli Studi Filosofici

 

Tavola rotonda

“Il pensiero di Arfè tra Mezzogiorno ed Europa”

 

ne discutono

Marcello Rossi Direttore de Il Ponte

on. Umberto Ranieri Direzione Nazionale PD

Paolo Franchi condirettore “Le Nuove Stagioni del Socialismo”

Giorgio Benvenuto presidente Fondazione Bruno Buozzi

Vittorio Di Vuolo Legacoop Campania

Vincenzo Esposito  Istituto di Studi Socialisti Gaetano Arfè

 

Modera

Sonia Sanges

Giornalista de Il Riformista


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CULTURA
27 aprile 2009
25 aprile - Europa unita, un sogno resistente

(apparso su Il Manifesto il 25 aprile 2004)

GAETANO ARFE’

Nel febbraio del 1945 - è un episodio che ho già ricordato, ma che non ha perso di attualità - arrivò alla mia formazione partigiana, con armi e bagaglio, un soldato tedesco. Ci mostrò una fotografia: era della sua famiglia, tutti morti, ci disse, sotto un bombardamento ad Amburgo. Suo padre era stato ucciso nella prima guerra mondiale. Straziato dal dolore quell'uomo si era posto (e ci poneva) il problema di come fare per evitare che bande di assassini portassero periodicamente i popoli a scannarsi tra loro. E la soluzione che aveva pensato era semplice: abolizione delle frontiere e dei passaporti, scioglimento degli eserciti nazionali, unificazione delle monete, elezione di un governo europeo. Ne discutemmo nelle nostre lunghe serate con un polacco, tre francesi, alcuni paracadutisti italo-americani, che erano i soli ad aver diretta esperienza di un ordinamento statuale a carattere federale.

Arrivò alcuni giorni dopo il commissario politico della divisione, Plinio Corti, del partito d'azione, il quale ci raccontò che due anni prima, nell'isola di deportazione di Ventotene, dei compagni avevano redatto e diffuso clandestinamente un manifesto per una «Europa libera e unita» e che nei primi giorni di settembre del `43 era stato fondato a Milano un «movimento federalista europeo» il cui primo atto era stato un appello alla lotta armata col duplice obiettivo di sconfiggere il nazifascismo e di costruire sulle rovine della guerra la federazione degli stati europei.

Ho appreso poi che i compagni di Ventotene erano Ernesto Rossi, allievo di Luigi Einaudi e fondatore con Carlo Rosselli del movimento di «Giustizia e Libertà», Eugenio Colorni, ebreo, animatore della Resistenza socialista a Roma, assassinato dai sicari della banda Koch alla vigilia della liberazione della città e Altiero Spinelli, finito in galera quale responsabile della organizzazione giovanile comunista, che aveva lasciato il partito per maturata avversione nei confronti dello stalinismo, senza per questo annacquare la sua vocazione rivoluzionaria. Spinelli, infatti, aveva eletto a suoi maestri Machiavelli e Lenin, e aveva interrogato appassionatamente la filosofia e la storia per scoprire quale fosse la via da battere per superare la crisi che aveva dato all'Europa la carneficina stolida, infame e inutile della guerra. La risposta che gli era parsa valida, la rivoluzione di ottobre, aveva definitivamente esaurito tutta la sua carica propulsiva originaria. La sola soluzione ipotizzabile per porre fine a guerre destinate ogni volta a divenire mondiali era quindi quella della rivoluzione federalista europea.

Disegni istituzionali di questo tipo si erano susseguiti per decenni nella storia d'Europa e avevano avuto tra i protagonisti uomini autorevolissimi nella cultura e nella politica, da Victor Hugo a Aristide Briand, ma non si erano mai tradotti in iniziativa politica. L'internazionalismo socialista aveva avuto a culla l'Europa ma non era mai diventato «europeo» ed era stato battuto senza sparare un colpo dai governi che avevano precipitato il continente nella catastrofe.

La seconda guerra mondiale ha introdotto nel gioco alcuni fattori destinati a rapida maturazione. Il dato certo da cui partire è che l'Europa post-bellica non potrà essere una restaurazione dell'Europa prenazista. Lo stato nazionale per Spinelli - è lo schema applicato da Lenin all'imperialismo - è giunto alla fase della sua degenerazione estrema, per cui esso non può essere più riformato, ma va abbattuto.

Si è creata per questo una delle sue condizioni principali: nelle avanguardie politiche di ogni paese, il senso della fedeltà alla nazione di cui si è figli non coincide più con quello della fedeltà alle istituzioni che la rappresentano. E' possibile perciò ipotizzare che in seno alle forze della Resistenza europea si formino dei gruppi fortemente coesi, armati di ferrea volontà, che, non appena il cannone abbia cessato di tuonare procedano alla conquista dei tanti «palazzi d'inverno» esistenti nelle vecchie capitali. Qualcosa di analogo a quanto si era verificato in Italia nel biennio 1859-60. L'ultimo anno e mezzo di guerra vede Spinelli impegnato fino alla spasimo nel tentativo di collegare secondo questo disegno le rappresentanze della Resistenza europea.

In realtà l'idea dell'unità europea ha radici nel movimento resistenziale. Uno studioso tedesco, Walter Lipgens, ha proceduto a una raccolta imponente e affascinante dei testi che documentano l'estensione di questo fenomeno presente fin nella Germania nazista, coi giovani studenti della «Rosa Bianca», finiti sotto la scure del boia, col gruppo raccolto intorno al conte Moltke, sterminato dalla Gestapo.

La saldatura tra europeismo e antifascismo combattente però non avviene. Vi si frappongono i vincitori che a Yalta dimostrano di avere del destino dell'Europa un'idea assai diversa da quella di Spinelli. Non vi si impegnano nell'Europa dissanguata, devastata e affamata, divisa tra vincitori e vinti, le disperse avanguardie della Resistenza: i comunisti che vi avevano avuto posizioni di punta in paesi come Francia e Italia, restano vincolati al principio dello stato-guida, fieramente avverso alla nascita di una Europa unita, i socialisti non escono dal torpore ideale e politico che aveva contrassegnato la loro azione negli anni seguiti all'avvento di Hitler al potere.

 

Alla luce del senno di poi è facile scorgere quanto ci sia di utopistico in questo disegno. Ma non meno utopistico e per di più cinico e miope è il disegno di quei potenti della terra che dividono il mondo in sfere d'influenza, diffidenti e tendenzialmente ostili e che preparano all'umanità i decenni della guerra fredda e quello che ne è seguìto.

 

Ma le primavere della storia - e la Resistenza europea questo fu - non cessano mai di dare frutti. Per questo, , in occasione di questo 25 aprile, mi è tornato alla memoria quel mio disertore: perché vi vedo un segno del primo timido nascere, sulle ceneri del nazionalismo, di un patriottismo europeo che cerca e trova nella Resistenza la fonte dei suoi valori etico-politici.

 

E' il patriottismo che Spinelli portò nella prima legislatura del Parlamento europeo eletto a suffragio universale e che lo indusse a ideare, a promuovere e a guidare l'operazione rivolta a fare dell'aula di Strasburgo la sede di elaborazione e di varo di una costituzione che sancisse l'unità politica dell'Europa e che le desse, come egli diceva, un'anima. Governi e parlamenti nazionali dell'Europa comunitaria persero l'occasione di esser all'altezza del loro compito storico. La costituzione europea sta per nascere ora, con un ritardo di venti anni, ed è la sconcia parodia di quella che fu votata allora dal Parlamento europeo.

 

Va detto che la partecipazione della sinistra, socialista, laburista e comunista fu allora fiacca e deludente. Compatta al fianco di Spinelli fu solo la sinistra italiana, comunisti, socialisti e socialdemocratici e fu un socialdemocratico, Mauro Ferri, a presiedere magistralmente la commissione che redasse il testo approvato. Ma la morte di Berlinguer e poi quella di Spinelli estinsero la fiamma dell'europeismo nascente anche nella sinistra italiana .

 

Io credo che questo 25 aprile segni l'ora in cui riaccenderla diventi un dovere morale e politico.

 

L'europeismo della Resistenza fu espressione della volontà di opporsi alla guerra spegnendone i fremiti ideologici - il nazionalismo - e istituzionali - lo stato nazionale; fu affermazione di solidarietà tra i popoli nella libertà; fu conquistata consapevolezza che quella europea era la dimensione minima per concorrere alla costruzione di un nuovo ordine internazionale; fu amore per una patria comune che aveva partorito mostri, ma era stata anche matrice di valori e di principii universali; fu speranza che sulla distesa di macerie, una nuova Europa, autonoma, potesse sorgere dalla convergenza delle grandi componenti storiche della sua civiltà, quella cristiana quella liberale, quella socialista, unite nel culto della pace, della libertà, della giustizia.


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CULTURA
16 settembre 2008
Gaetano Arfè: una lezione che il tempo non cancella

 

Gaetano Arfè se n'è andato un anno fa. Il tempo ha le sue leggi, ogni ciclo si chiude e, d'altra parte, anche la morte ha talvolta una sua umanità e può capitare di doverla ringraziare. Come avrebbe vissuto, infatti, Arfè quest'anno oltraggioso cui Atropo ha voluto sottrarlo  In versi di una brevità secca e spigolosa e di un'amarezza profonda e struggente, Catullo, uno dei più grandi poeti d'ogni tempo, fissò, al tramonto della repubblica, lo sgomento dell'uomo - ogni uomo, l'uomo di ogni tempo - di fronte allo spettacolo nauseabondo di una situazione politica che degenera al punto che la miseria morale e l'interesse personale e di parte prendono il sopravvento sull'onestà intellettuale e l'interesse collettivo:  

Che c'è, Catullo  A che tardi a morire  

Nonio Scrofola ha la sella curule,

pel consolato spergiura Vatinio.

Che c'è, Catullo  A che tardi a morire   

Che avrebbe potuto dire Arfè, partigiano, storico del socialismo e grande maestro di democrazia, ormai vecchio e stanco, oggi che un cerchio si chiude e un nuovo regime si impadronisce del Paese che sta a guardare inerte, mentre un fascista diventato ministro delle Repubblica esalta i suoi camerati di Salò  Avrebbe forse raccontato, pacato e avvincente, come spesso soleva fare, di quella volta in cui, giovanissimo partigiano, era sceso dai monti della Valtellina, rischiando la vita, per accompagnare alla tomba un suo giovane amico repubblichino della divisone "Monterosa", caduto in uno scontro a fuoco coi suoi compagni. La guerra ha regole feroci - avrebbe detto - e i caduti meritano tutti rispetto. A dividere erano e sono le cause dello scontro che vide contrapposte le ragioni della democrazia e quelle disumane del razzismo e del totalitarismo. Qui, nei valori di riferimento, la distanza era incolmabile e la distinzione rimane netta.  

Chi è stato per mare e conosce la violenza inaudita della burrasca sa perfettamente cosa significhi poter contare sull'esperienza e sul coraggio sereno di chi la bufera l'ha affrontata. Viviamo tempi bui e attraversiamo un mare gonfio e minaccioso. Arfè non è più fisicamente con noi e, tuttavia, il patrimonio di idee che ci ha lasciato, il suo esempio di coerenza, onestà intellettuale e amore per la libertà offrono ancora un timone sicuro e una bussola a cui affidarsi.  

 

G. Aragno - 10-09-08


IL POPOLO SI SCHIERÒ CON I PARTIGIANI CONTRO GLI ALLEATI DEI TEDESCHI INVASORI*

Franco Venturi fu uomo dai molti titoli. Suo padre, grande storico dell' arte, fu tra i pochissimi - in tutto intorno alla dozzina - che rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista e furono espulsi dalla cattedra. Figlio non degenere, seguì il padre esule in Francia, fu amico di Carlo Rosselli, tra i fondatori del movimento di "Giustizia e Libertà" e collaboratore della sua stampa.  Dopo varie peripezie, ivi compresa una pesante ospitalità in un carcere franchista, rientrò in Italia, fu intrepido e abile comandante partigiano, trovò poi il tempo e il modo di diventare uno dei maggiori storici europei del secolo scorso. Con la raffinata ironia che gli veniva dalla quotidiana frequentazione con i grandi dell'illuminismo, egli sosteneva che le sole guerre degne ii essere combattute fossero le guerre civili, perché in esse ognuno sceglie volontariamente il campo e la bandiera per la quale combattere.  Nel cinquantesimo anniversario della Resistenza partecipai a un convegno, al centro del quale ci furono tre temi: "guerra civile", "teoria della continuità", "Resistenza ed Europa". Il convegno ebbe il suo culmine in una serrata polemica, presente l'autore, sul libro di Claudio Pavone, Una guerra civile, severamente giudicato in un documento firmato dai capi delle tre associazioni partigiane, Aldo Aniasi, Arrigo Boldrini e Paolo Emilio Taviani. Sull'opera di Pavone ho delle riserve che non ho espresse pubblicamente, e non ho difficoltà a confessarne la ragione: mi sono mancati il tempo e la lena necessaria per scrivere di un libro che non si può trattare sbrigativamente perché esso è e resta il più documentato, il più meditato e forse anche il più sofferto nella pur ricchissima storiografia sulla Resistenza. Quello che dissi brevemente in quella occasione e che ripeto oggi è che il titolo da lui datogli, o che ha consentito gli si desse, è un titolo altamente infelice perché, del tutto al di là delle intenzioni dell' autore, esso è diventato, come era prevedibile, formula di una interpretazione ideologica della Resistenza che non è quella fin troppo articolata e sottile di Pavone e che è stata banalmente e anche volgarmente strumentalizzata nel quadro della offensiva ideologica revisionistica, ricalcata esemplarmente sul modello di certa pubblicistica storiografica comunista per continuità, coerenza e tendenziosità, che non conosce tregue e che recluta senza difficoltà, consapevoli o meno che ne siano, ingenui o soltanto compiacenti dilettanti e professori di storia, sensibili ai soffi della moda e anche alle opportunità offerte dai tempi.  La verità è che in Italia la guerra civile non ci fu.  Guerra civile sarebbe stata quella che fosse stata scatenata il 26 aprile del 1943, quando il capillare apparato del partito fascista era ancora integro e mobilitabile, i membri del Gran Consiglio che avevano votato per Mussolini erano tutti a piede libero, lo erano i più truci e violenti gerarchi e centurioni del regime e le formazioni militari del fascismo, una d'esse, se la memoria non m'inganna, fornita di mezzi corazzati, erano tutte sul piede di guerra e vincolate da un giuramenlo di fedeltà a oltranza al fascismo e al suo capo. Le piazze si riempirono invece di italiani che non chiedevano il ritorno del "Duce", ma ne abbattevano i monumenti e ne distruggevano i simboli. I soli morti furono quelli caduti sotto i colpi dei soldati del re, tra i dimostranti che richiedevano la liberazione dei detenuti e la fine della guerra. I capi del fascismo, riparavano in luoghi ospitali, ambasciate e conventi, riponendo ancora una volta, secondo una barzelletta del tempo, tutte le loro speranze di rivalsa nell' "alleato potente" e nella sua arma segreta.  La guerra, "incivile", scoppiò dopo, a freddo, e fu voluta, promossa, organizzata e condotta dopo 1'8 settembre del 1943 dal governo fantoccio messo in piedi dai tedeschi allo scopo di organizzare la guerriglia contro gl'italiani che, com'era avvenuto in ogni paese dell'Europa occupata, intendevano contribuire con le armi alla liberazione del proprio Paese e che ebbero contro raggruppamenti di fanatici, armati dai nazisti e al loro servizio, mutuandone la brutale ferocia. Nella storia europea essi hanno avuto un nome, si chiamarono collaborazionisti. Il nazista norvegese Quisling ne divenne il simbolo.  Tra i "ragazzi di Salò", sui quali anche si è fatta incauta retorica, quelli mossi da distorto amor di patria, furono pochi rispetto ai nugoli di fanatici che avevano eletto a patria la Germania nazista e avevano preso a modello le SS, i guerrieri senza paura e, soprattutto, senza pietà. Le formazioni militari di leva, reclutate sotto (lo) la minaccia di fucilazione per i renitenti e di rappresaglie sulle loro famiglie, non partirono tra plausi di folle, vennero considerate infide dai tedeschi, furono afflitte dallo stillicidio delle ricorrenti diserzioni e, tranne qualche episodio isolato e insignificante, esse (l)non vennero impiegate a difesa del "sacro suolo della patria" ma a combattere contro quegli italiani che si erano allineati, non precettati, con i popoli della libera Europa occupata dai nazisti. Intorno alle due malferme divisioni raccolte con la dura minaccia, c'è il pullulare delle "brigate nere" che avevano il teschio a insegna, dei vari reparti delle milizie fasciste e della Guardia Nazionale Repubblicana, meglio nota come la GNIR, delle "bande" criminali autonome, che prendevano nome dai loro capi, fuori di ogni controllo, rapinatori e sadici professionali, tratti anche dalle galere, che suscitarono in più casi il ribrezzo degli stessi tedeschi. Un giovane ladro milanese, che conobbi nel carcere di Sondrio, mi raccontò che gli era stato offerto il condono della breve restante pena, purché si fosse arruolato nella milizia fascista; aveva risposto, male indirizzando il suo motto di spirito, che non intendeva "macchiarsi la condotta" ed era stato caricato di botte.  Mussolini non fu, e forse non volle neanche essere, il promotore e il capo di una guerra civile. Volle legare il suo nome, nel segno di una nostalgia al tempo stesso tragica e patetica, alla proclamazione della repubblica e alla "socializzazione", lordandolo di viltà e di infamia col dichiarare gli ebrei nemici della nazione, depredandoli degli infimi diritti che anche a un nemico si riconoscono e autorizzandone la consegna ai tedeschi, pur consapevole del destino cui sarebbero andati incontro,  Rodolfo Graziani, il capo tronfio e imbelle del suo esercito, col suo vuoto di glorie militari e il suo carico di stragi inumane nelle colonie italiane, mai assurse alla pur odiosa dignità di capo di una guerra civile, a interprete, campione e simbolo, di idealità magari ripugnanti, ma sentite e, difatti, scomparve vilmente nel crollo coperto da protezioni sulle quali è meglio non indagare. Rimase al livello di un mediocre e sanguinario caudillo sudamericano Junio Valerio Borghese, il comandante della X MAS, il principe - correva voce lo definisse così Mussolini - "col basco alla baiadera" che condusse una sua sorta di guerriglia privata, torturando, impiccando e fucilando chi cadeva nelle sue mani. E anche lui, al momento della disfatta fuggì e cercò e trovò braccia accoglienti, potenti e non ignote che lo protessero e gli permisero di riemergere fino a consentirgli di ordire trame dilettantesche, velleitarie e impunite contro le istituzioni repubblicane.  Gli stessi giovani che li seguirono presto intuirono, forse anche in virtù del loro fanatismo, che non una guerra civile era in atto, alimentata da passioni di grandi masse divise nell'interpretare gl'interessi della patria, ma la guerriglia di una minoranza, armata dallo straniero contro la maggioranza del proprio popolo e divennero consapevoli, senza intenderne le ragioni, dell'isolamento in cui erano venuti a trovarsi nelle città dove vivevano asserragliati nelle caserme, nelle campagne, sulle montagne che battevano in armi e segnando il loro passaggio di roghi e di morti come in un Paese straniero e nemico.  Ho ancora in mente un loro canto disperato che non era percorso dalla pur feroce passione della guerra civile, era solo il lamento di un pugno di ragazzi che si sentivano espunti dalla vita vera, quotidiana, del loro paese, dalle strade dove sciamano le ragazze, dai ritrovi dove si scherza e si discute. "Le donne - cantavano - non ci vogliono più bene, perché portiamo la camicia nera" e il canto si chiudeva con un macabro grido d'amore alla "Signora Morte" come l'amante da conquistare sotto la mitraglia. Nel canto più diffuso tra le nostre file c'era una strofa che diceva "ogni contrada è patria del ribelle, ogni donna a lui dona un sospir". Ed era vero.  Su questa tragica realtà, la formula della guerra civile serve solo a stendere una patina opaca sotto la quale tutte le differenze si annullano: fascisti e antifascisti furono vittime della stessa tragedia, la costituzione nata dalla Resistenza, coi suoi principi e i suoi valori è solo testimonianza, scritta da dottrinari e utopisti, ispirati da faziosi uomini di parte, di un irrevocabile passato non da storicizzare ma da sterilizzare per quel che resta di vivo e da dimenticare. La storia vera dell'Italia dell' era fascista è quella raccontata per oscene barzellette da Berlusconi, di essa va alimentata la coscienza nazionale dell'Italia d'oggi, tutta proiettata nel futuro.  Non è un caso che una delle più note e tendenziose rubriche televisive che infestano i nostri schermi abbia sentito il bisogno di dedicare al tema della "guerra civile" un suo vaporoso e fumoso dibattito e che il suo non ingenuo regista abbia ritenuto di dover informare ruvidamente l'ignaro Aldo Aniasi, il comandante Iso, aggrappato alla difesa della definizione anacronistica della Resistenza quale lotta di liberazione, che oggi tutti gli storici - io, e so di non essere solo, sono tra quelli che non fanno parte dei presunti "tutti"- concordano nel definirla come "guerra civile".  Basterebbe, in sede strettamente storica, un argomento solo: a un anno di distanza dalla conclusione della guerriglia incivile di una minoranza fanatica e fratricida la stragrande maggioranza degl'italiani dette il proprio voto ai partiti che avevano ideata, organizzata e promossa la guerra di liberazione, gravandosi della straziante responsabilità di chiedere di pagarne, vecchi e giovani, il necessario prezzo di lacrime e sangue.   Gaetano Arfè   

* in "Lettera ai Compagni", novembre-dicembre 2003, ora in Gaetano Arfè, Scritti di Storia e Politica, a cura di Giuseppe Aragno, La Città del Sole, Napoli, 2005, pp. 377-387

 


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CULTURA
19 marzo 2008
L'attentato ad Arfé. 1975
Nel 1975, Gaetano Arfé allora direttore dell'Avanti! subisce un attentato dinamitardo alla sua abitazione. L'attentato produce notevoli danni a cose e solo per un caso fortuito non provoca feriti.
Arfé ricorda questo attentato nella prefazione al libro sulla biblioteca intitolata a suo padre.

Dall'Archivio storico dell'Istituto Luce potete visionare il servizio giornalistico.

La manifestazione di solidarietà in piazza Verdi a Roma per l'attentato terroristico all'abitazione del senatore Gaetano Arfé, direttore dell'Avanti!

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CULTURA
12 novembre 2007
BUON COMPLEANNO GAETANO! 11-12 novembre 2007

Nelle tue conversazioni, nei tuoi scritti, ci hai frequentemente comunicato le circostanze relative alla tua nascita, con il tuo inconfondibile stile.

Nella tua prefazione al Catalogo del patrimonio librario già della "Biblioteca dell´Unione Magistrale" di Somma Vesuviana (edito nel 1992 dall´Istituto Italiano per gli Studi Filosofici) precisi di essere nato a Somma Vesuviana l´11 novembre 1925, ma registrato all´ufficio anagrafe del comune il 12 novembre.

Nessun errore; né ritardo colpevole di tuo padre.

Il socialista, repubblicano, pacifista, Raffaele Arfè non vuole far coincidere la data di nascita di suo figlio Gaetano con quella di Vittorio Emanuele III, re soldato e fascista.

AUGURI GAETANO! 

Ti festeggiamo come sempre per due giorni; sei qui con tutti noi che ti abbiamo voluto bene con leale amicizia.

Con il tuo incisivo vissuto ci hai insegnato e donato molto, grazie! Seguiremo la strada che con vigore ci hai indicato e non permetteremo che venga offuscata.



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CULTURA
8 ottobre 2007
un Uomo, un cantastorie, un comunicatore,

Carissimi amici e compagni,

desidero sottolineare quanto sia ricca, significativa, poliedrica, la personalità di Gaetano –già nota a moltissimi- che continua ad emergere di giorno in giorno attraverso le molteplici e diverse testimonianze scritte e orali che stiamo ricevendo.

Gaetano ha trasmesso a ciascuno di noi, che ha avuto la gioia di poterlo conoscere direttamente o indirettamente –giovanissimi, adolescenti, adulti-, un frammento indelebile e personalissimo di se stesso. Questo frammento è in noi, ci accompagna e ci aiuta a comprendere la vita, la società; ci stimola a nutrire sentimenti di speranza, desiderio di lottare ed anche di sorridere.

Sì, Gaetano è stato un Uomo, un cantastorie, un comunicatore, indubbiamente ineguagliabile.

L’allievo, il politico, lo storico, il compagno di lotta, l’Amico, donne di differenti provenienze socio-culturali, giovani desiderosi di approfondire culture e civiltà multiformi, anche attraverso ricordi e aneddoti, o tasselli ancora sconosciuti della vita dei propri familiari, tutti –indistintamente- porteranno per sempre dentro di sé il suo insegnamento, la sua mitezza, la sua capacità di ascoltare e rispondere –poi- nel modo più giusto ed adeguato all’ interlocutore.

Ciao Gaetano, vivrai per sempre dentro di noi, con noi; ci hai donato molto; sarai sempre accanto a noi, nei momenti felici e in quelli difficili da affrontare, per condividere e sostenerci! m.t.




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CULTURA
7 ottobre 2007
Gaetano Arfé di Nicola Tranfaglia
Chi ha conosciuto Gaetano Arfè negli anni sessanta, quando finalmente si affacciavano all'orizzonte le promesse del centro-sinistra e gli storici italiani si volgevano con spirito nuovo a ricostruire, da una parte, l'avventura fascista ancora semisconosciuta e, dall'altra, la sconfitta della sinistra e particolarmente del socialismo, non potrà mai dimenticarlo.

Eravamo tutti e due napoletani e, pur divisi da più di dieci anni per età, avevamo avuto ambedue  rapporti con l'anima azionista (lui partigiano giellista in Valtellina, io direttore di un giornale degli ex azionisti a Torino nei primi anni sessanta) ma il nostro cuore batteva per l'avvenire del movimento socialista.

Arfè aveva creduto alla scissione di palazzo Barberini con Saragat e, appena si era accorto della subalternità del partito socialdemocratico rispetto alla DC, era rientrato nel partito socialista di Nenni e Lombardi. Io era rimasto fuori da quel partito e fin da allora speravo che si realizzasse l'unità tra i socialisti e i comunisti italiani che ancora non riuscivano ad archiviare in maniera definitiva lo stalinismo sovietico.

Deputato e direttore dell'Avanti in un decennio decisivo tra il 1966 e il 1976, Arfè perseguiva insieme l'autonomia socialista e il rinnovamento della sinistra.

Con notevoli angosce e preoccupazioni culminate a metà degli anni ottanta di fronte alla vittoria di Bettino Craxi e alla rapida trasformazione del partito in un partito del leader dedito al governo e all'amministrazione con metodi discutibili e una subalternità conflittuale alla Democrazia cristiana.

Dopo Tristano Codignola, l'azionista che aveva lasciato il PSI già nel 1981, anche Arfè se ne era andato disapprovando quel partito craxiano come una "torbida mistura di paleo-neo-socialismo e di berlusconismo ante litteram" ed era passato alla sinistra indipendente divenendone senatore nelle elezioni del 1987(era nato a Somma Vesuviana nel 1925).

Ma in me come in molti altri che lo hanno conosciuto e gli sono stati amici convive il ricordo del suo lavoro culturale e di storico, forse per certi aspetti prevale pur essendo intimamente legato alla sua azione politica costante e alle sue qualità umane.

Uomo mite ma rigoroso nelle sue idee e nelle sue scelte, Gaetano aveva prima fatto l'archivista e poi il professore nelle università di Bari, Salerno, Firenze e Napoli non era diventato un accademico. Aveva un ottimo rapporto con gli accademici, più difficile con quelli che noi chiamavamo i "polli di allevamento", quegli storici che non erano mai usciti dall'università in cui si erano formati, non avevano mai fatto politica, non si erano mai misurati con la realtà del paese se non nelle biblioteche e degli archivi.

Arfè aveva sempre unito il lavoro scientifico a quello politico, pur sapendo, grazie a maestri come Croce, Salvemini, Chabod, che si trattava di attitudini e metodi diversi e che la ricerca storica esigeva un distacco e una distanza dalla materia calda della lotta politica che bisognava tener sempre presente.

I suoi scritti erano caratterizzati dalla limpidezza dell'esposizione e dalla chiarezza del ragionamento. Ricordo di aver letto assai giovane la sua "storia dell'Avanti"in due volumi  che oggi andrebbe sicuramente ristampata e la sua "Storia del socialismo" uscita da Einaudi nel 1966 più volte ristampata senza variazioni. Come non posso dimenticare la novità e la bellezza di un suo saggio su Giacomo Matteotti che mi fece capire la complessità e l'importanza del leader socialdemocratico non a caso  fatto uccidere da Mussolini.

Prediligeva i saggi ai grandi libri e pochi anni fa sono stati finalmente ristampati in due volumi tutti i suoi lavori sparsi in riviste: "I socialisti del mio secolo"(Lacaita,2005) e "Scritti di storia e politica"(Città del secolo, 2006) che riproducono un lungo percorso nelle vicende socialiste del Novecento apportando su decine di personaggi e di episodi un'analisi originale e intelligente di cui sentiremo sicuramente la mancanza.

Arfè era straordinario, nei suoi interventi a congressi e convegni storici: parlava senza appunti, non sbagliando un riferimento né un concetto, riuscendo a comunicare ai suoi ascoltatori e particolarmente ai giovani la sua passione per la storia e per la politica e, nello stesso tempo, risultati delle sue ricerche come della sua costante riflessione.

Era in questo senso un maestro e un classico ma dimesso e amichevole, assai lontano dalle pretese o dalla distanze che a volte hanno gli accademici.  


Tratto dal sito di Nicola Tranfaglia.

http://www.nicolatranfaglia.com/blog/2007/09/19/gaetano-arfe




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POLITICA
28 settembre 2007
Arfè: l'attrazione per l'eresia

Il Partito Democratico? Ci credo poco: stenta a nascere e, quando e se vedrà la luce, non sarà robusto e forte per la scarsa partecipazione della gente...

La ricomposizione della sinistra? Possibile, ma ci vorrà tempo e soprattutto la capacità di rimettersi tutti in gioco.

Intervista con lo storico Gaetano Arfè apparsa sul sito Aprileonline



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CULTURA
28 settembre 2007
Giustizia e Libertà:la storia di uomini che non trionfarono mai, ma che non furono mai vinti
Ho dato inizio alla mia milizia politica nel 1942 aderendo a un piccolo gruppo clandestino di 'Italia Libera', che faceva capo a un libraio di Napoli, Ettore Ceccoli, originariamente comunista, amico di mio padre, socialista, devoto al culto di Benedetto Croce, frequentatore abituale della sua libreria. Con Croce egli mi procurò un incontro nel corso del quale ebbi preziosi consigli, scrupolosamente seguiti, di letture risorgimentali, tra cui lettere dal carcere di Silvio Spaventa: l'idea dell'antifascismo come 'secondo Risorgimento' mi è venuta, precocemente di là, quando mi trovai anch'io a fare un breve assaggio di galera.

di Gaetano Arfé

Continua la lettura del saggio sul sito della rivista "Ossimoro"


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CULTURA
28 settembre 2007
Addio Gaetano Arfè... di Gianfranco Pagliarulo

Il 13 settembre è scomparso a 82 anni il professor Gaetano Arfè, socialista, storico, politico. Mi unisco alla grande e comune tristezza. E al ricordo. Ho avuto la ventura, e la fortuna, di stringere con lui una amicizia vera nel periodo in cui - qualche anno fa - Gaetano collaborava assiduamente col settimanale di cui io ero direttore: la Rinascita. In quella circostanza lo ho conosciuto in modo molto più ravvicinato. Nutriva un pessimismo spaziale, frutto della sua testimonianza diretta di un tempo lungo della storia del movimento operaio italiano. Ma assieme gli bruciava dentro il fortissimo fuoco di una speranza, di una possibilità: l’unità di una sinistra rinnovata, che superasse le contraddizioni del novecento e così ritrovasse se stessa. A partire dalla comune cultura antifascista. Faccio parte, con grande modestia, di coloro che hanno condiviso questa sua speranza e che in qualche modo cercano di trasformarla in possibilità. Il professor Arfè è stato un dirigente politico e un grande storico. Ma sopratutto Gaetano ha aiutato tutti noi. Addio.

di Gianfranco Pagliarulo




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Gaetano Arfé se nè andato questa notte.

Lascia in chi è stato suo allievo un grande vuoto.

Era un compagno, un amico, un padre.

Sarà sempre il mio maestro di vita, l'esempio da seguire e mai tradire.

Addio Professore